Il motore nel petto

di Simone Pinna

La sveglia suona incessantemente e io non ho alcuna intenzione di interrompere il suo lavoro, ma come una mamma sveglia il bambino per andare a scuola lei mi sta incitando ad alzarmi per assolvere ai miei doveri e il suo suono fastidioso rimbomba nel silenzio della camera “ancora un minuto…non vuole proprio smettere di rimproverarmi per la mia pigrizia, allora mi arrendo e con la vista ancora annebbiata cerco di indirizzare la mano verso di lei. Incauto accarezzo gli oggetti sparsi sul comodino, rovistando fra di essi e facendo scivolare a terra fogli di carta scarabocchiati insieme a penne e matite, le dita corrono sul legno agitandosi tra gli ostacoli e infine la afferrano “smettila di suonare ti prego” premo finalmente il pulsante che pone fine a quel fastidioso squillare di trombette. Ancora la quiete nella stanza da notte. Con quello che pare un gesto sovrumano alzo le coperte e mi tiro giù dal letto, infilo le ciabatte, o per meglio dire la ciabatta e con un piede scalzo raggiungo la cucina ciondolando. Sento già un piacevole odore di latte e caffè, mia moglie si è alzata poco prima e avrà di certo preparato la colazione per entrambi <<buongiorno>> <<chi è? È papino, corri da papino, vai Emi vai!>> la cucciola di cane molla di bocca l’altra mia ciabatta e corre da me per farmi le feste <<ecco chi l’aveva presa, piccola peste che non sei altro… buongiorno amore>> <<buongiorno papino>> <<la smetti di chiamarmi papino? Dai Emi ora basta, fammi fare colazione in santa pace>> Marzia sorride mentre mi guarda giocare maldestro con il cane, poi versa il latte caldo in due capienti tazze e si avvicina alla tavola imbandita di biscotti cereali e crostate <<grazie cara, ma cos’è tutto questo ben di Dio stamattina?>> <<lo ha portato ieri mia zia, dice che ha comprato il forno nuovo>> <<si ma io dovrò rifare l’abbigliamento se continua così…non che mi dispiaccia è buonissima questa alla ciliegia!>> facciamo colazione guardando la tv e chiacchierando del più e del meno, una volta finito sparecchio la tavola e rimetto i dolci al loro posto nella credenza, lei intanto lava i piatti e mi soffermo un istante a guardarla accorgendomi di quanto sia graziosa in quei suoi gesti quotidiani, è così delicata e femminile che ogni suo movimento risulta delicato e mai fuori luogo; mi avvicino silenzioso e la abbraccio da dietro distraendola dal suo da fare <<sei fastidioso sai?>> sorride contenta di essere ancora una volta il centro della mia attenzione <<vado a prepararmi o mi passerà la voglia di andare dai miei>> <<va bene, torni a salutarmi prima che te ne vai?>> <<certamente>> le do un bacio affettuoso sulla guancia e mi dirigo verso il bagno dopo aver cercato nell’armadio qualcosa da mettere “pantaloni, maglione, scarpe, sembra esserci tutto, devo solo farmi la barba e lavare i denti, poi sarò pronto per sgobbare tutta la giornata. Non ne ho proprio voglia oggi” afferro malvolentieri la chiave accanto il lavandino e apro la finestra del piccolo bagno scoprendo una bellissima giornata di sole, il vento fresco mi accarezza il viso portando con sé i profumi della primavera e le case dei vicini hanno ancora le persiane chiuse, in questa domenica mattina dove tacciono automobili e clacson. “se non l’avevo prima la voglia figuriamoci adesso” chiudo il vetro e osservo ancora qualche secondo il panorama dietro di esso, poi a malincuore inizio a lavarmi e nel giro di alcuni minuti sono pronto per iniziare una faticosa giornata. Sì perché i miei genitori hanno traslocato da poco e il vecchio garage è ancora pieno di cianfrusaglie che vanno eliminate, la vera fatica è che devo farlo da solo perché loro stanno finendo di sistemare il nuovo appartamento quindi starà a me scegliere cosa conservare e cosa gettare via. Credo rimarranno davvero poche cianfrusaglie << Amore io vado, me lo dai un bacio?>> sento dei passetti veloci correre nella mia direzione e vedo la cucciola slittare di fronte a me con la lingua fuori dalla bocca, non so se per la gioia di essere accarezzata o per la corsa <<lo sapevo che arrivavi prima tu, piccola peste>> coccolo freneticamente la bestiolina che si diverte a mordicchiarmi la punta della dita e non smette di sgattaiolarmi tra le gambe, subito dopo arriva Marzia <<stai andando?>> <<eh si, lascio la voglia a casa spero non disturbi>> <<dai su, non fare il bambino, guarda hai tutto il colletto girato fattelo sistemare>> <<signorsì signore>>. Mi da un pizzicotto sulla guancia e poi mi bacia teneramente sulla labbra <<in bocca al lupo amore mio, chissà che non trovi qualche vecchio cimelio in mezzo a quel caos>> Salutata la mia famiglia scendo le scale e mi dirigo al garage chiudendomi dietro una rumorosa porta blindata, frugo in tasca in cerca delle chiavi e tiro fuori un piccolo mazzo a cui è agganciato un elegante portachiavi, su di esso la scritta Lancia. Premo il pulsante accanto la chiave e prima ancora di girare l’angolo ed avere di fronte la vettura mi arriva un “clack” deciso, scorgo le luci di emergenza che smettono di lampeggiare per avvertirmi che le portiere sono aperte. Mi avvicino alla mia Ypsilon e ne afferro la maniglia della portiera blu metallizzato, la tiro a me e apro lo sportello facendo uscire un piacevole profumo dall’interno dell’auto “ che buonissimo odore di vaniglia, devo ricordarmi di comprare un altro profumatore di questa marca, è troppo buono” . Salgo in auto e infilo la chiave vicino allo sterzo, la giro appena nella fessura e il motorino di avviamento dà subito forza al motore che si avvia robusto nei primi secondi per poi prendere un ritmo costante e rimanere silenzioso in attesa dei miei ordini “automobili, un capolavoro di ingegneria, le utilizziamo tutti i giorni eppure non cogliamo il genio che c’è dietro a un pistone e alcune gocce di petrolio” dò appena un po’ di gas e l’incantesimo prende vita, carburante pistone combustione energia, le ruote pestano i primi centimetri di terra e mi accompagnano fin davanti al cancello automatico dove il sensore rileva il mio passaggio, facendolo spalancare per lasciarmi libero di decidere la mia meta, ancora un po di gas e inizio a mangiare l’asfalto. La meta è vicina, devo solo percorrere tre o quattro chilometri per arrivare a destinazione e se consideriamo che è anche domenica mattina e che le strade sono libere ci impiegherò al massimo cinque minuti. Lascio scivolare il volante tra le dita mentre assecondo curve sinuose che mi raccontano di un Roma ancora addormentata, mentre alla mia destra appartamenti con occhi socchiusi sfilano uno dopo l’altro a sinistra la veduta dei castelli romani riempie il panorama di una realtà contadina e popolare che stona con le nuove architetture. Questa è Roma, divisa tra ricchezza e povertà, cultura e ignoranza, tradizione e innovazione. Le ruote corrono sull’asfalto indolenti dei miei pensieri e mi ritrovo a immaginare cosa rimarrà tra dieci, venti o trent’anni di ciò che i miei nonni hanno costruito per noi. Ricordi. Soltanto ricordi. Eppure ci aggrappiamo ad essi come fossero sculture tangibili che testimoniano la nostra esistenza “ma alla fine cos’è che tiene in vita un ricordo?” parcheggio l’auto vicino a un cancello ricoperto d’edera, spengo il motore e cerco una piccola chiave color argento nel portaoggetti, devo frugare non poco prima di riuscire a trovarla “eccoti qui, devo togliermi il vizio di tenere tutto qui dentro, finirò per perdere qualcosa di importante, ah bene ci sono anche i guanti da lavoro, meglio prenderli non si sa mai” scendo chiudendomi alle spalle la portiera, faccio appena qualche passo e la serratura degli sportelli scende automaticamente lasciando la mia Ypsilon assopita fino al mio ritorno “un vecchio lucchetto, speriamo che si apra ancora o dovrò romperlo” lo prendo tra le dita e forzo un po’ la chiave prima di riuscire a far girare il meccanismo ecco fatto, è stato più facile del previsto”. Percorro la rampa in discesa che mi porta al garage, nel frattempo infilo i guanti e quando sono di fronte alla saracinesca ne afferro con una mano la maniglia e “uno,due,tre forza!” tiro con decisione facendo arrotolare la serranda sopra la mia testa mentre dal garage esce una folata d’aria stantia e polvere. “Che tanfo” mi copro il viso con una mano e agito l’altra cercando di cacciare via quell’odore fastidioso “mi aspetta proprio una bella giornata del cavolo” poi la nebbiolina comincia a posarsi a terra e i raggi del sole filtrano timidi illuminando un piccolo garage disordinato e riportando alla luce qualcosa che credevo perso ormai da tempo “non è possibile, sei ancora qui?” non so se credere o meno ai miei occhi e incurante dell’odore e della polvere mi addentro stupefatto “sei davvero tu?quanto tempo” davanti a me una vecchia e ammaccata Lancia Ypsilon dorme tra gli scatoloni pieni di cianfrusaglie. Ho un tuffo al cuore e nella mia mente affiorano i primi ricordi, reprimerli è impossibile. “Quanto tempo è passato, saranno forse sette anni?non ricordavo che fossi ancora qui,scusami se non mi sono più preso cura di te” mi avvicino all’auto carezzandola come fosse una vecchia amica e quando la sfioro con le dita porto via un leggero strato di polvere colorando tutto di un arancio brillante “chissà magari con un po’ di sapone…” mi guardo intorno alla ricerca di un oggetto ben preciso “nascondevo le chiavi qui vicino se non sbaglio, eccole lì!” un piccolo gancio fatto di fil di ferro è attaccato al legno di una vecchia credenza e su di esso è appeso un portachiavi tutto impolverato, lo prendo con delicatezza e lo libero da quel grigiore mettendo in risalto un argenteo simbolo vecchio decenni e mentre lo strofino delicatamente e con amore penso a quanto quell’auto abbia fatto per me, senza neanche saperlo. Infilo in tasca l’oggetto continuando a stringerlo tra le dita e immediatamente una sensazione simile al rimorso mi assale “che fai mi guardi? Non fare quei fanali languidi, lo sai che ormai sei vecchia. Che faccio parlo con una macchina?” è li immobile, eppure così viva, sembra quasi volermi dire “guidami, perché mi abbandoni ogni giorno in questo posto buio? voglio ancora assaporare l’asfalto, guidami!” la mia mano è ancora in tasca e accarezza il portachiavi, mi avvicino alla macchina e la osservo meglio. Il suo colore arancio è sbiadito con gli anni e sulla carrozzeria si vedono i segni del tempo “guarda qui che graffio, e qui? Dove ho fatto questa ammaccatura? Piccola sei proprio malridotta, però ne abbiamo passate di avventure insieme! se ripenso a quante te ne ho combinate quasi quasi mi sento in colpa, ricordo che quando ti ho comprata ero così orgoglioso…no che dico comprata? Mi sei stata regalata…” giro intorno l’auto accarezzandone lo stemma a forma di Y, pulisco con l’indice la polvere che si è depositata sopra di esso e in quel momento sento di avere tutto il tempo del mondo, come se mi fosse stato fatto il dono di godere appieno di quegli attimi, momenti in cui migliaia di pensieri riaffiorano e sgomitano nella mia mente.

Era il 22 aprile del 2006, il giorno del mio diciottesimo compleanno. Ricordo bene che quella mattina non mi alzai come al solito, la sveglia me la diede mia sorella nel modo che più si addice a lei <<forza pigrone!credi di oziare tutto il giorno?>> sollevai il secchio sopra la sua testa con entrambe le mani <<che strilli?sei impazzita? è presto>> non faccio in tempo a realizzare che un potente scroscio d’acqua si riversa su di me bagnando completamente il letto e il pavimento sottostante <<Ma allora sei matta sul serio!>> <<Auguri fratellone! è la tua prima doccia da maggiorenne, non sei contento?>> ancora zuppo fra le coperte tiro via le lenzuola, le afferro il braccio e la porto con me tra le lenzuola fradicie << mica posso festeggiare da solo,no?>> ridiamo entrambi di cuore mentre ci inzuppiamo su quello che ormai ha l’aria di una piccola piscina <<oddio Luana ma che hai combinato?>> sulla porta e con le mani alla bocca mia madre rimane impietrita <<ora asciugate eh? mica sono la vostra serva, alzatevi subito e venite a prendere degli stracci>> Luana si alza dal letto e ancora inzuppata fa un inchino<< ci tocca fratello, prima tu!>> <<non vorrai fare la lavativa! dai aiutami a pulire tutto ‘sto casino sennò ci rimponiamo la giornata, ah e grazie per gli auguri>> mi alzo dal letto e completamente bagnato raggiungo la porta della mia cameretta lasciando in terra le impronte dei piedi, giro appena l’angolo e chi mi vedo? mia madre e mio padre con uno stupido sorriso sul volto. Capito no? quel sorriso di chi ha già organizzato la caccia e piazzato le trappole aspettando solo che la preda afferri l’esca << no,voi siete matt..>> la frase rimane a metà eclissandosi in una nube bianca di farina, non saprei descrivere la mia espressione in quel momento ma di certo era molto simile a quella che farebbe un pollo se scoprisse di dover essere impanato <<auguri! finalmente diciotto anni! non sei contento?>> <<papà domani mi trasferisco in Uganda, vi odio>> si radunano intorno a me e ben lungi dall’abbracciarmi ridono e mi prendono in giro, alla fine rido anche io rassegnato a uno scherzo che avrei dovuto aspettarmi, poi torno nella mia stanza e prendo i primi abiti che mi capitano a tiro <<vado a farmi una doccia, posso stare tranquillo o ne avete organizzata un’altra delle vostre? e tu non ridere che fra qualche anno tocca a te>> mia sorella ha ancora le lacrime agli occhi mentre strofina lo straccio a terra tentando di asciugare una sfuggente bassa marea. Così è iniziata una della giornate più folli,divertenti,ambiziose e sorprendenti della mia vita, e solo ora che di anni ne ho 26 posso apprezzare appieno i sorrisi, i baci e gli abbracci che ancora oggi porto nel cuore. Ma non ci fu solo questo: ricevetti un regalo che mi seguì per molto tempo e di cui tutt’ora non riesco a disfarmi << Simone, ti va di scendere a prendere un po’ di pane per pranzo? mi sono proprio dimenticata di prenderlo>> <<mamma dai, anche il giorno del mio compleanno? non può andarci Luana?>> << se preferisci pulire i residui di farina e di acqua… Luana vieni un attimo?>> <<no no, lascia perdere vado io>> un po’ a malincuore prendo le chiavi di casa, qualche soldo e scendo le scale << solo il pane eh? non è che poi mi fai uscire di nuovo?>> <<vai vai, non starti a preoccupare, fai in fretta piuttosto>> <<vado vado, auguri eh?>> chiudo la porta di corsa prima che provi a tirarmi il mestolo che ha in mano, così mi affretto a scendere le scale per scoprire fuori dal cancello un tiepido sole. Aspetto che i suoi raggi mi scaldino il petto e il viso, poi apro il cancello e faccio un paio di passi fuori stiracchiando i muscoli ancora dormienti e godendo di quel tepore primaverile. Quando mi giro per dirigermi verso il forno noto come dei movimenti furtivi e i miei migliori amici escono da dietro le macchine parcheggiate li vicino <<auguri!>> <<e bravo Simone che ancora campa>> <<a vecchio!>> sono Marco e il Mina, la sorpresa è grande e quando alzo la testa verso il balcone di casa capisco che ovviamente i miei erano al corrente di tutto e il pane solo un’altra scusa. Dall’alto mio padre alza una mano in aria e agita qualcosa <<al volo!>> tira verso di me quella che sembra una pallina, piccola e nera, la afferro con presa salda e tutti fanno un gran “ooooh” di sfottò, poi da bravo apro le mani cercando di capire cosa mi abbia lanciato e la mia sorpresa è infinita: La chiave d’accensione di un’automobile è tra le mie dita, guardo verso mio padre con le parole ferme in bocca e gli occhi illuminati di una luce tutta nuova <<si ma ora te la devi cercare per il quartiere, non farla così semplice, guadagnatela!>> senza dire nulla e ipnotizzato dall’euforia di quel regalo inizio a premere il bottoncino sul portachiavi sperando che una delle automobili li vicino apra la chiusura automatica delle portiere <<niente da fare, ma voi sapete che macchina è?>> i miei amici si stringono intorno a me, si guardano tra loro e nessuno pare sapere di quale automobile si tratti <<vabè, mica mi mandate da solo? venite con me!>> così a capo di quel pazzo trio inizio ad andare in giro per le vie limitrofe in cerca del mio regalo <<a Simò, ma che c’è scritto sul portachiavi?ci stai facendo girare a vuoto>> guardo Marco e penso che in effetti ha regione, quindi giro il portachiavi tra le mani in cerca del marchio <<c’è scritto…aspetta… Lancia>> <<Lancia? secondo me te lo hanno messo per scherzo, vedi se non ti arriva un catorcio di trenta anni fa>> <<eh vabbè, vuol dire che non ci salirai, tranquillo non piangerò se vorrai ancora andare con l’autobus>> <<no macché, non mi fido a mandarti da solo, sia mai succede qualcosa e ti serve un amico?>> <<a Marco, ma falla finita>> continuiamo a girovagare in cerca dell’auto ridendo e prendendoci in giro, ricordo come fosse adesso l’euforia di quel momento e rimpiango di aver perso uno di loro per strada << Simò, sarà mica quella?>> il Mina mi indica una bella Lancia Ypsilon arancio metallizzato <<si vabbè, troppo nuova>> <<eh però non è nuova, sarà il modello del ‘98>> ci giriamo entrambi verso Marco e lo guardiamo con aria di saccenza << mi scusi signor “Lancia” mica sa dirmi i cavalli?>> di contro ci fissa con aria di sfida e si mette in posa <<1200cc, diesel, 58 cavalli>> il mina gli sferra un pugno sulla spalla <<ma non ci credo manco se lo vedo sul libretto, e poi non sarà mai la sua>> <<aò tutti amici eh? quanto siete cari, se vado là e si apre non ve la faccio neanche toccare>>poi tutti e tre ci avviciniamo con cautela, quasi spaventati che si possa aprire per davvero, ci guardiamo in giro e non vediamo nessuna altra Lancia nei dintorni <<io provo eh?>> con l’ansia di chi sta facendo un gesto punibile con la pena capitale ci stringiamo attorno quel telecomando “click” <<nulla non va, non è lei, ve l’avevo detto>> <<a Mina porti sfiga però>> ma io non mollo e mi avvicino di più all’auto mentre i due riprendono a bisticciare”click” <<signor Lancia lei è licenziato>>”click” <<lo sai chi devi licenziare?>> “click” “clack” <<fermi tutti!! si è aperta!>> i due zittiscono all’istante, neanche avessi sparato un colpo di fucile in aria <<regà si è aperta! porca miseria si è aperta>> come per magia le portiere arancio della vettura hanno emesso un suono sordo, segno che adesso sono libere da ogni serratura e quindi afferro la maniglia,la tiro a me e come in un sogno la porta dell’auto si apre chiedendomi di entrare <<oh regà tutti a bordo!>> come tre monelli che hanno appena rubato il dolce della mamma ci fiondiamo dentro e iniziamo a esaminare il nostro nuovo giocattolo <<guarda che bella che è! tutta pulita!neanche un graffio! signor Lancia che ne pensa?>> <<penso che se non se sbriga a prende sta patente tocca mettergli le mani addosso>> <<cari miei, abbassiamo i toni o vi lascio a piedi per i restanti giorni della vostra vita>> i due chinano il capo in coro e fanno segno di ammenda, io intanto sono al settimo cielo e continuo a tenere le mani salde sul volante mentre ammiro il contachilometri e le sue lancette, poi sfioro il cambio e apro il portaoggetti <<ma c’è pure lo stereo? vabè, qui ci sta una standing ovation!viva Gianfranco! tutti in coro!>> e tutti in coro strillammo e ridemmo in quell’auto che ancora non sapevamo dove ci avrebbe portati <<si però ora torniamo a casa a piedi sennò mi levano la macchina prima della patente!>>

Smetto di pulire lo stemma dalla polvere e riprendo a girare intorno l’auto, dalla tasca estraggo il portachiavi consumato su cui si legge il marchio di fabbrica e apro lo sportello .“Che bella sensazione” entro e mi siedo sul sedile, poi proprio come tanti anni prima afferro il volante, sfioro il cambio, apro il portaoggetti e tiro fuori lo stereo “cavolo, sembra di tornare indietro nel tempo,che darei per iniziare daccapo quegli anni, non cambierei nulla vorrei solo riviverli”. Infilo la chiave nel cruscotto e faccio mezzo giro, il quadro prende vita e lo stereo si accende magicamente “vediamo un po’, dovrei avere della musica da qualche parte“ rovisto nel portaoggetti e sul fondo trovo sparsi alcuni cd “che graffi!suoneranno ancora?boh proviamo” provo a spingerne uno nel lettore e un rumore meccanico tira a se il disco di plastica, poi dopo alcuni secondi parte un motivetto “che bella canzone,adoravo i Savage Garden, se non sbaglio questa è : to the moon and back…era la nostra canzone…”

Primi giorni di università, avevo scelto una facoltà davvero impegnativa e purtroppo la voglia di studiare non era molta, inoltre ero reduce da cinque anni di liceo scientifico e avevo lasciato in quella scuola la mia buona volontà. Eppure vuoi perché non sapevo che strada prendere, vuoi per far felici i miei, scelsi di seguire il corso di ingegneria edile. “Ogni volta che passo per questi corridoi mi viene una tristezza, mammamia che spazi freddi e angustiah ecco l’aula P9” <<ciao Mario, ci prendiamo un caffè?>> sulla soglia dell’aula un ragazzo alto, biondo e snello, sta parlando con altri due studenti del nostro stesso corso <<ciao Simone, questi sono Paolo e Pietro, anche loro devono fare l’appello di fisica e dicevamo di studiare insieme nel pomeriggio>> <<per me va bene, se poi studiamo con Paolo e Pietro abbiamo un posto in paradiso quantomeno, ah piacere, Simone>> Mario scoppia a ridere, me l’aveva servita su un piatto d’argento e non vedeva l’ora che rispondessi alla sua provocazione, diciamo che tra noi c’è sempre stato un certo senso di sfida per fare il miglior humour. Fortunatamente anche i due ragazzi la prendono bene <<venite con noi al bar? offro io per farmi perdonare>> i due preferiscono andare in aula a studiare, quindi io e il mio amico ci dirigiamo verso il bar dell’università <<che mi dici Simò?>> <<che ti dico…c’è un’aria scura qui dentro>> <<si è vero, l’unico spicchio di sole entra dalla finestra del bar dalle 9:00 alle 9:05>> lo guardo pronto a rispondergli a tono <<questa è una leggenda, come quella che non ci sono ragazze belle a ingegneria>> <<no Simò, quella è realtà, stanno tutte a economia…che poi ho qui una cosa per te>> infila la mano nella pesante borsa piena di quaderni libri e penne, tirandone fuori un biglietto blu <<indovina?>> lo tiene in mano piegato in due, nascondendo alla mia vista ciò che c’è scritto sopra<<vediamo…cinema?>> <<no>> <<mi porti fuori a cena? lo sai che non sei il mio tipo>> <<no, e comunque amo un’altro>> <<dai dimmelo, vedo che sei impaziente perché ti trema la palpebra>> mi fissa accigliato un momento prima di aprire lentamente il biglietto facendo apparire una firma e un timbro che si stagliano sotto una scritta psichedelica a caratteri cubitali <<festa invernale della facoltà di economia! invito per due persone!>> sgrano gli occhi e sento la salivazione aumentare <<madonna santissima, tu sei il mio nuovo dio, io ti ammiro e tesserò le tue lodi nei secoli dei secoli!>> mi inginocchio sedutastante mentre lui solleva le mani al cielo e strilla << Stiamo arrivando! preparavi donne!>> <<sei troppo un grande, cioè come cavolo hai fatto a farti firmare l’invito?>> <<conoscenze amico mio, diciamo che ho conosciuto un tizio di lettere che poi si è dimenticato lo zaino in aula…>> <<e tu lo hai derubato?>> <<macchè, gli ho solo preso l’invito…e buttato un paio di quaderni nel cestino>> <<ma che ti aveva fatto il poveretto? sei un bastardo>> <<il poveretto si è vantato con tutti che andava alla festa e poi faceva il presuntuoso con Alice>> <<ah vabbè, se faceva il presuntuoso con Alice scusa, mai toccare la tua farfallina>> <<simpatico sei, offri tu oggi?>> <<sento come una sensazione di déjà vu>>. Entriamo nel bar e ordiniamo due caffè e un cornetto, poi usciamo fuori a fumare una sigaretta chiacchierando del più e del meno <<sai che c’è Mario? io di tutte ‘ste ragazze non ne vedo una all’altezza>> <<che intendi? guarda che certe di loro..>> <<no, non in quel senso, dico che sono tutte femmine ma di donne vere manco l’ombra, non dico che mi devo sposare domani ma almeno trovare una con cui avere una relazione seria, che ne so, un paio di anni?>> sogghigna mentre accende la sigaretta <<te lo sogni, qua al massimo trovi la versione femminile di Massimo Ranieri, e se ti dice bene ci passi una notte a letto sperando di non ricordarti nulla>> <<quanto sei rassicurante, dai andiamo che tra venti minuti inizia la lezione, hai già preso i posti vero?>> <<certo, che credi?>>. Getto il mozzicone alzandomi dalla panchina, afferro la tracolla e me la metto in spalla <<anche oggi inizia la tortura, forza e coraggio!>> mi giro ma non faccio in tempo a fare un passo che urto bruscamente qualcosa, i piedi si attorcigliano e cado a terra sul sedere <<Dio che male>> davanti a me una splendida ragazza anche lei a terra, la vedo mentre tenta di raccogliere ciò che le è caduto dallo zaino, mi guarda e con gli occhi di chi ha maldestramente combinato un pasticcio esclama <<scusa non ti avevo visto, ero sovrappensiero>> io rimango di sasso,i muscoli rigidi e il petto che sembra stato trafitto da un paletto di frassino <<no, niente, cioè tranquilla>>, la lingua si inceppa e sento che sto perdendo il controllo di me stesso .“Simó zitto, calmati un secondo, non fare figure di merda” << scusami tu, non ti avevo vista girandomi, non ti sei fatta male vero>> mi avvicino carponi e la aiuto a riprendere i quaderni da terra “lo vedi che sai parlare?di qualcosa di figo dai!” ,ma lei mi anticipa appena prima che possa aprire di nuovo bocca <<no scusami tu, sono io che stavo pensando ad altro,grazie per l’aiuto>> ci alziamo in piedi, io ho ancora i suoi quaderni in mano e li tengo stretti, non riesco a staccare i miei occhi dai suoi e cado perso in quell’azzurro così profondo “sveglia giovanotto, spara qualcosa di epico” i suoi capelli neri sono lunghi e il vento li accarezza dolcemente, la sua pelle è chiara e un filo di trucco mette in risalto gli occhi grandi, è vestita con abiti semplici e colorati eppure le stanno così bene che non saprei vederla con altro addosso “3…2…1…cervello…azione!” <<me li dai i quaderni o vuoi tenerli tu?>> il suo sorriso è splendido e se prima non avevo parole per risponderle ora mi sento totalmente schiacciato dalla sua presenza, “devo tornare in me, adesso provo a dire qualcosa, male che va aggiungo questa alle figure pessime da raccontare a Marco e al Mina” << te li darò solo se mi permetti di farmi perdonare, non so, un caffè?un tè?una camomilla? non guardarmi con quegli occhi non mollerò facilmente>> la vedo rifletterci un attimo <<io ho lezione adesso,non è che non voglia dirti di si ma devo proprio andare>> il paletto nel petto sta pian piano attraversando il cuore e le mie speranze se ne vanno a morire con lui, le porgo i quaderni accennando comunque un sorriso.<<Però alle dieci ho una breve pausa, magari ci vediamo a metà strada>> <<a metà strada?si si va bene, anche io adesso ho lezione infatti>> “Cretino,sembri un coniglio che ha appena scovato un deposito di carote, rimetti gli occhi nelle orbite e tira la lingua dentro!” <<allora a dopo, io mi chiamo Sara comunque>> mi porge la mano <<scusami, che idiota che sono, mi chiamo Simone>> <<cavolo che stretta>> <<oddio scusa, non credevo di farti male>> <<no no, finalmente qualcuno che stringe la mano come si deve>> sorride di nuovo mentre si tocca il palmo, e io mi sciolgo completamente liquefacendo a terra tutta la dignità di maschio virile <<a dopo allora>> <<a dopo, ci vediamo qui ok?>> si allontana lentamente, in tutto questo Mario ha una faccia impietrita e la mascella ha perso aderenza , lasciandolo a bocca aperta. Mi giro verso di lui seguendo con lo sguardo Sara, poi gli do un colpetto sotto al mento <<chiudi sta bocca, visto? non sono proprio da buttare>> <<madre santissima di tutte le vergini! ma hai visto chi era? una dea in terra e a chi doveva capitare? a te? è mai possibile che mi soffi sempre le ragazze più belle>> <<tu avrai pure i muscoli, ma io ho il fascino, lo sai che non seguirò nulla della lezione vero?>> <<e ci credo, io al tuo posto guarda…>> <<non dire blasfemie ti prego, sono un uomo cambiato adesso>> <<si vabbè, io prendo appunti mentre tu pensi a cosa fare con quella li ok?>> un paio d’ore dopo mi affrettai a tornare sul luogo del nostro incontro “ dove sarà? è già un po’ che l’aspetto, guarda te se non mi ha dato buca” <<ciao! ho fatto un attimo di ritardo, il professore si è dilungato>> spunta dal nulla proprio dietro di me,<<no tranquilla, tutto ok>> <<è tanto che aspetti?>> <<sarò sincero, ne è valsa davvero la pena>> <<sei un adulatore tu, non ci casco mica sai?>> <<bene, allora cambierò strategia se non ti piacciono i complimenti>> fin da subito sento come un filo che mi collega a lei, poi nei minuti successivi uno completa le frasi dell’altro e ridiamo stupendoci del feeling che sta nascendo. I secondi si trasformano in anni e giurerei di aver parlato con lei per ore invece che minuti, quindi tento un’azione tanto disperata quanto galante <<senti…ma tu torni con i mezzi pubblici? perché potrei darti uno strappo se vuoi…però non voglio sembrare invadente, libera di rifiutare>> mi osserva alcuni istanti con le sue gemme azzurre <<se fossi stato un’altro non sarei nemmeno qui, è che in te c’è qualcosa che mi rassicura…proverò a fidarmi, ma terrò il cellulare col numero della polizia pronto all’uso>> “eureka!”<< ma anche la guardia nazionale se servisse a farti uscire con me, non credevo che avresti mai accettato>> ci salutiamo ridendo e ci diamo appuntamento dopo le lezioni sempre davanti al bar, mentre mi allontano giro indietro lo sguardo per un momento e spero che anche lei stia facendo lo stesso, i nostri occhi si incrociano un’ultima volta e sul mio volto si disegna un sorriso. Cammino di filato fino in aula con in mente solo lei, ad essere sincero di ciò che accadde nelle ore successive non ricordo proprio nulla.

Guardo stancamente l’orologio e lo supplico di far scoccare le 18:00, sono impaziente di rivederla e Mario se n’è accorto <<ma insomma vi siete detti solo quelle cose? non ci hai provato un po’ di più? per capire se si conclude… insomma quelle cose no?>>lo fulmino con aria di disapprovazione <<Certo che c’hai un chiodo fisso te, cioè non che non mi sia passato per la testa, però quando sto li, davanti ai suoi occhi, è come se diventassi un’ameba, e allora la lascio parlare perché tanto la lingua si arrotola su se stessa>> Mario posa la penna che ha in mano e mi guarda fisso negli occhi e mette una mano sulla mia spalla<<Simó, fattelo dire, sei cotto. E quando uno è cotto solo due cose possono accadere: o passi tutta la vita co ‘sta ragazza, e io te lo sconsiglio vivamente, o vieni con me alla festa di economia, e non scarterei quest’idea a priori>> <<facciamo che ci penso un’attimo?>> il professore annuncia la fine della lezione e inizia a riporre i suoi strumenti <<ah che bello, sono le 18, il prof ha pure finito quindi io ti saluto, e alla faccia tua che sei invidioso vado a passare il resto del pomeriggio con una bella ragazza. Salutami Alice se trovi il coraggio di parlargli>> <<corri corri,attento a non perdere la scarpetta Cenerentolo>> mentre mi da una pacca sul sedere, come si fa a un cavallo che scalpita per correre, io fingo di nitrire e ci salutiamo così, con la solita ilarità.

Uscito dall’aula il corridoio sembra non finire mai e sento i miei passi rimbombare in quel luogo che poche ore prima gremiva di persone che parlavano, strillavano, si rincorrevano. Ora il silenzio regna incontrastato e vengo svegliato di soprassalto dai miei pensieri <<ehi! non correre sono dietro di te>> riconosco immediatamente la sua voce <<e io che mi stavo sbrigando ad arrivare al bar, che fai mi pedini? guarda che ho il telefono col numero della polizia sempre pronto>> <<haha, non dovrei essere io la ragazza indifesa>> <<eh, oggigiorno non si sa mai>>. Ci incamminiamo chiacchierando verso la mia auto, passiamo prima per il prato, poi sorpassiamo l’area parcheggio, infine arriviamo a un posteggio un po’ isolato <<ecco il bolide, un paio di graffi e qualche ammaccatura ma mi porta dove voglio>> <<beato te, io non posso ancora permettermela, però è carina dai, ha un bel colore acceso e poi la tieni pulita per essere un maschio>> <<che vorresti dire?>> apro l’auto ed entriamo <<non dirmi che è profumo al cioccolato!>> <<esattamente,eccolo qui 1€ dai cinesi,>> <<è buonissimo! credo che mi darai passaggi più spesso di quanto credevo>> <<allora ne vado a comprare altri, certo fra qualche anno morirò intossicato ma almeno me ne andrò felice>> <<sei proprio forte tu, hai sempre la risposta pronta ma come fai?>> <<non lo so, però mi capita solo con poche persone>> <<adulatore>> <<no dico sul serio>> abbassa un secondo lo sguardo mordendosi il labbro inferiore, poi torna a fissarmi sorridendo <<allora mi ritengo fortunata>> posa una mano sulla mia gamba, io accendo il quadro e insieme al motore romba anche il mio cuore. Quello fu l’inizio di una relazione che durò ben oltre i due anni, ci amammo follemente e se i sedili di quell’auto potessero parlare…beh diciamo che fu una relazione intensa, macinammo chilometri fino a consumare le gomme, visitammo Milano, Venezia, Firenze, Palermo e tutto in quell’auto, sia da soli che in compagnia quelle quattro ruote ci portarono ovunque, senza mai dare segni di stanchezza, poi un giorno tutto finì come era cominciato.

Mattina del 23 dicembre, mi ero alzato presto per andare a prendere Sara <<ciao mamma io vado, ci vediamo stasera>> <<non fare tardi e vai piano che piove>> <<va bene mamma, lo sai che sono prudente>> <<saluta Sara>> <<si,si tanto la vedi domani no? a vigilia viene anche lei>> <<e tu salutamela lo stesso, che ti pesa?>> <<come vuoi mammina, a dopo ciao!>>. Uscii di casa allegramente benché il tempo non fosse proprio il massimo, a pochi metri dal cancello la mia Ypsilon se ne stava zitta sotto la pioggia, schiaffeggiata dal vento e dall’acqua invecchiava visibilmente ogni anno, con la carrozzeria piena di piccoli graffi e qualche leggera ammaccatura “ma la chiave?ah eccola, credevo di averla dimenticata” apro la portiera ed entro nell’auto “su bella, accenditi, non fare il solito scherzetto” il motorino di avviamento stenta a partire, gira su se stesso per alcuni secondi prima di riuscire ad avviare il motore “e brava piccola!” . Prendo lo stereo e infilo un vecchio disco di Bob Marley, poi faccio manovra e mi dileguo tra l’asfalto sotto quella incessante pioggia. improvvisamente squilla il telefono <<pronto?>> <<amore, vieni piano perché piove forte>> <<si lo so, sto facendo attenzione, però se mi chiami mentre guido non è che mi aiuti>> <<ah ok, scusami, mi faccio trovare giù ok?>> <<ok a fra poco, ti amo>> <<ti amo anche io, ciao!>> “è carina a preoccuparsi per me ma con questo tempo meglio non distrarsi, ecco! guarda qui che buca!” Roma è allagata, su ogni strada scorrono fiumi d’acqua come non se ne vedeva da decenni e le strade cedono sotto la pazienza della pioggia battente,aprendo voragini nell’asfalto. Percorro la Casilina con cautela e trovo per strada due auto che si sono scontrate, sembra una cosa da nulla, sarà più il fastidio di compilare il CID e la perdita di tempo che il danno vero e proprio. Giro dopo alcuni chilometri su una strada secondaria e non ci vuole molto perché arrivi sotto casa di Sara, “eccola li” sta sotto il parapioggia del suo portone avvolta in un cappotto pesante con sciarpa e cappello, mi avvicino a lei ed abbasso il finestrino <<bella ragazza vuole un passaggio?>> <<grazie buon uomo>> fa il giro dell’auto e prova ad aprire lo sportello, ma tira la maniglia inutilmente perché ho chiuso dall’interno <<apri scemo, mi bagno tutta, apri!>> cedo quasi immediatamente impaurito dalla sua possibile ira, ma non nascondo un sorriso beffardo <<certo che sei proprio divertente, è lo spirito del natale?>> <<macché, è mio padre che mi ha trasmesso il gene del divertimento, si vede che tu non l’hai recepito>> mi prende la faccia tra le mani e mi stringe forte le guance, poi mi bacia per alcuni secondi e devo trattenere il respiro per non soffocare, quando mi lascia mi accorgo che ho il viso tutto bagnato e vedo i suoi occhi gioire per quella piccola vendetta <<ora sei perdonato, asciugati e andiamo, a proposito ti hanno dato la via? mi pare che dobbiamo andare fuori Roma, tipo prenestina o simili>> <<si ce l’ho qui, guarda ho preso il navigatore così non dobbiamo impazzirci>> <<fantastico, lo aggancio al centro del vetro così lo guardiamo insieme>> . Detto ciò ci avviamo verso casa di amici, prendiamo prima la prenestina e la percorriamo per un po’, poi giriamo su strade secondarie seguendo semplicemente il navigatore e infine imbocchiamo la tiburtina e giriamo in direzione Tivoli <<bene, da qui saranno una decina di chilometri, dove ha detto che ha casa Maurizio?>> <<mi pare San Polo, poco dopo Tivoli, sai ho parlato con Veronica e dice che hanno ristrutturato da poco, praticamente ci abitano solo da un paio di mesi>> <<che bravi però, alla fine già convivono e hanno pure casa, lui ha risparmiato davvero parecchio>> <<si ma è anche vero che Maurizio ha quasi trent’anni, se a quell’età non hai la testa a posto è tardi>> <<è vero, e poi ha trovato una ragazza in gamba, mi stanno proprio simpatici>> la strada è anche qui invasa dall’acqua, senza contare che nei tratti in salita sembra di guadare un fiume, e si procede a passo d’uomo. <<Gira qui, dai che siamo quasi arrivati>> mi infilo in una stradina stretta e a senso unico e non percorro neanche cento metri che devo fermarmi <<che cavolo, macché arrivati, guarda questo in mezzo alla strada, ha bloccato il passaggio>> davanti a noi un’automobile si è impantanata in una buca profonda coperta dall’acqua, ne esce un vecchietto che per scendere si inzuppa tutti i pantaloni e inizia a imprecare al cielo, mi volto verso Sara sbuffando << scendo anche io, siamo in mezzo al nulla e se non gli do una mano rimaniamo qui tutto il giorno>> <<misà che hai ragione, io resto in macchina prendi tu l’ombrello>>. Apro la portiera e cerco di ripararmi dall’acqua inutilmente, il vento sposta di continuo la pioggia e fatico ad avvicinarmi all’uomo; nel frattempo un’altra auto arriva dietro di noi e gli urlo di mettere le quattro frecce <<nonnì, tutto bene? serve una mano?>> il vecchio prima di salutarmi bestemmia ogni santo sul calendario, poi impreca contro la buca per terra, mentre un uomo corpulento scende dall’auto appena arrivata e si avvicina a noi <<vi aiuto? sennò rimaniamo qui pure per Pasqua, ho un cavo nella jeep e posso trainare la macchina fuori dalla buca>> <<che fortuna! le do una mano io a mettere il cavo, lei è d’accordo signore?>> il vecchio smette solo un attimo di imprecare <<e che devo fare, va bene>> poi riprende a bestemmiare e inveire contro la buca, i santi, e i politici del suo paese e del mondo, intanto io e l’uomo corpulento agganciamo il cavo da traino prima alla jeep poi all’auto del vecchio <<salga in macchina e metta la retromarcia, quando sente tirare acceleri ok?>> mi rivolgo al signore li di fianco <<speriamo che non mi viene addosso sennò è stata fatica sprecata>> lui alza lo sguardo al cielo e mi fa cenno di salire nella mia auto, lo saluto e lo ringrazio prima di tornare a bordo, dove Sara ha aspettato pazientemente .<<Ce l’avete fatta?>> <<pare di si, sto vecchio se non va all’inferno per quello che ha fatto ci va per le bestemmie, ne ha dette certe mai sentite>> <<eh ma lo sai a una certa età è quasi un intercalare, stai attento che ha iniziato a tendersi la corda>> metto la retro e do un minimo di gas,la macchina davanti a me viene facilmente trainata fuori dalla buca e la situazione critica sembra superata, il vecchio scende dalla vettura e mi viene vicino al finestrino <<mi scusaste se sono stato un po’ brusco eh,grazie, tante belle cose>> <<si figuri, si sbrighi piuttosto che fa un freddo cane>> il vecchietto ringrazia anche l’altro uomo, poi risale in macchina e evitando la buca se ne va per la sua strada. Do il cinque a Sara con aria soddisfatta <<Anche oggi abbiamo fatto la nostra buona azione! E dai che si riparte>> lentamente anche noi sorvoliamo la voragine semi-nascosta e riprendiamo il cammino <<Amore il navigatore dice che poco più avanti c’è l’ultimo incrocio, devi girare a sinistra>> <<a vederlo! qui è tutta una tormenta, non capisco se è nebbia e pioggia o un tornado>> lei afferra in fretta la maniglia del passeggero <<eh si, vai piano>> arriviamo lentamente in prossimità dell’incrocio, metto fuori di poco il muso dell’auto e mi sporgo in avanti per vedere se vengono altre vetture <<mi sembra ne stia arrivando una,si eccola, vado dopo questa>> l’auto passa solitaria, poi Sara esclama <<Vai adesso che è libero, non vedo luci>> <<vado vado, meglio che mi sbrigo prima…>> la terra perde di gravità, l’auto slitta di lato e si alza su un fianco, vedo lo sportello di Sara avvicinarsi a me sempre di più e il vetro schizzarle in faccia in mille pezzi, al di la dello sportello lo stemma di due martelli incrociati e sopra di essi la scritta Hummer. La cintura di sicurezza mi tiene agganciato al sedile e fa lo stesso con Sara che sembra una bambola di pezza in preda alle forze della fisica. L’auto gira su se stessa più volte, i finestrini laterali scoppiano e lanciano le loro schegge in quella centrifuga inarrestabile, sento la lamiera del tettino stridere ad ogni capovolgimento finché distinguo chiaramente un’altra collisione. A lato della strada una vettura arresta la nostra folle corsa e noi veniamo schiacciati tra il tetto e i sedili dell’auto, restando fermi a testa in giù nel bel mezzo della carreggiata. Per alcuni secondi rimaniamo in silenzio e immobili, il forte rumore della pioggia sovrasta lo scorrere del tempo e l’acqua sulla strada entra dentro l’abitacolo bagnandoci i capelli. Apro gli occhi e il mio primo pensiero va a Sara, allungo un braccio e la scuoto <<Sara? cazzo sei svenuta? Sara?>> urlo più forte e per quello che posso la scuoto con l’unico braccio libero che ho, poi vedo l’acqua fluire verso di me e mi si gela il sangue quando la vedo scorrere tinta di rosso <<aiuto!aiuto!>> urlo con tutto il fiato in corpo mentre sono paralizzato tra le lamiere della mia Ypsilon non riuscendo a distogliere lo sguardo dal quel corpicino immobile. Non ebbi il coraggio di scostargli i capelli per vedere il suo volto, vedevo solo tanto sangue mischiarsi all’acqua e scivolare verso di me.

Mi ritrovo a piangere sommessamente e devo asciugarmi le lacrime con il dorso del braccio “tranquillo, è storia passata”, ancora scosso mollo il volante che inconsciamente stavo stringendo con tutte le mie forze, poi scendo dall’auto e chiudo lo sportello con delicatezza. “Perché sono ancora qui? se mai esiste un disegno per questa mia vita, io proprio non lo capisco” faccio un paio di passi fuori dal garage e fisso il cielo mentre mi accendo una sigaretta “sei sempre così misterioso Dio?” mi giro e torno a guardare dentro, la sigaretta fa la spola nervosamente tra la bocca e le dita, soffermandosi un po’ qui, un po’ lì, tra uno sbuffo di fumo e una tirata. “Comunque sei ancora bella, non temere, è proprio grazie a te se sono ancora qui no?” mi avvicino di qualche passo e mentre faccio un’altro tiro mi accovaccio e la fisso sommessamente nei fanali “con questi occhioni ingialliti dal tempo sembra quasi che dispiaccia anche a te, hai veramente deciso di fermarti in questo garage buio? o forse sono io che l’ho scelto per te?” . Cercando di scacciare i pensieri mi alzo e getto il mozzicone, apro lo sportello e tiro una leva vicino ai pedali e un sordo “clunch” stacca il cofano dalla carrozzeria permettendomi di aprirlo. “Fammi un po’ vedere come stai, non deludermi eh?” infilo le dita sotto la lamiera e alzo con decisione il metallo scoprendo il vano motore “ahahah oh mio Dio” alzo lo sguardo al cielo ancora una volta “certo che sei davvero misterioso a volte” guardo il motore e mi appare chiaro che la vita non si è mai fermata per me, sopra la sua scocca in plastica è stato scritto con un pennarello indelebile, e mi appare un messaggio lasciato molti anni prima…

Da sei o sette mesi Sara era uscita dalla mia vita e io non me ne facevo una ragione. Ero dimagrito parecchio e il mio carattere si era incupito facendomi abbandonare amici e parenti. Alcuni mesi dopo l’accaduto provai ad andare ad abitare da solo mantenendomi con un lavoro saltuario e spesso faticavo ad arrivare a fine mese, ma nonostante ciò ho sempre cercato di non farlo notare agli altri, li ho semplicemente esclusi da una vita che non aveva voglia di ripartire; poi un giorno suonò inaspettatamente il citofono. “Chi diavolo sarà?” guardo l’orologio,unico arredamento di una camera spoglia e disordinata “le 21:15” mi alzo dal letto smettendo di osservare il soffitto, scavalco i panni per terra e calcio un paio di lattine vuote <<si,chi è?>> <<ah ma allora sei vivo, scendi che ti dobbiamo parlare>> <<Mina, guarda non ho voglia di stare ai tuoi scherzi, e poi dobbiamo chi?>> <<dai scendi si tratta di un secondo, ah prendi le chiavi ce ne andiamo a un pub qui vicino>> <<e vabbè, tanto non ho niente da fare, ma scusa non possiamo andare con la tua macchina? sono stanco non me la sento di guidare>> <<va bene andiamo con la mia, ma prima andiamo a lavare la tua>> <<la mia è pulitissima>> <<non direi>> seguono alcuni istanti di silenzio, riempiti da un lieve sospiro che esce dalla mia bocca. <<Non voglio neanche sapere che cosa hai combinato>> << a Simò, e scendi dai!>> <<ci sta pure Marco?è la sua voce, oddio mio che avete combinato? ok mi sbrigo, ma non fate danni o mi vedrete davvero incazzato>> riaggancio il citofono un po’ stizzito, non sapendo cosa sia successo alla mia povera Ypsilon, dopo l’incidente non ho avuto il coraggio di buttarla e con i soldi presi tra assicurazione ed ospedale ho deciso di farla riparare. Mi costò più che ricomprarla nuova ma lasciarla in una discarica era fuori questione. “Cappotto, chiavi, soldi, c’è tutto… meglio andare, quei due sono incontrollabili insieme” scendo di corsa le scale e in pochi secondi faccio le tre rampe che mi separano dal portone, i due manigoldi sono proprio li davanti, piazzati in mezzo alla strada a braccia incrociate e con l’aria soddisfatta. <<buonasera stronzoni, non so ancora cosa avete combinato ma già vi odio>> Marco alza una mano per fermare le mie parole e provare a spiegarmi la sua malsana idea <<siccome non esci di casa da tanto tempo, e la tua macchina fa davvero schifo, abbiamo pensato che era il caso di fartela lavare>> <<non mi dici tutto vero?>> <<chi io? ma nooooooo, guarda è proprio lì, pronta per l’autolavaggio>> il mio sguardo cerca convulsamente l’arancione metallizzato della macchina e la scovo non tanto grazie al colore quanto perché ricordo esattamente dove l’ho parcheggiata<<ma che cazzo avete fatto?no dai, siete pessimi>> mi dirigo a passo veloce verso l’auto e più mi avvicino più perdo per strada pensieri e parole, rimanendo a bocca asciutta e senza riuscire ad articolare alcuna sillaba: tutta la carrozzeria è invasa da una strana schiuma bianca, dal cofano alle ruote non c’è un centimetro arancione che si veda, solo i fari e i finestrini sono stati risparmiati <<ma che…ma che>> si avvicina a me il Mina dandomi dei colpetti sulla schiena <<schiuma da barba, te lo stavi chiedendo vero? Marco manca qualcosa, no?>> <<eccola, ce la metto subito>> tira fuori di tasca una specie di bengala con la base di cartone, lo piazza sul tettino dell’auto e lo accende come fosse una candelina di buon compleanno “compleanno?” in coro mi abbracciano e mi strillano nelle orecchie <<auguri di buon compleanno brutto rincoglionito che non sei altro>> <<ma l’animaccia vostra, siete proprio due pazzi del cazzo, ma che è una torta co le ruote?>> si guardano con complicità, per la prima volta da anni probabilmente,<< e mo vienici a dire che non è originale, se non ci pensavamo noi stasera ti tagliavi le vene a vedere Maria o Barbarella>> << guardate, sono depresso ma a quello non ci arriverò mai>> li osservo con sguardo truce, vorrei insultarli ancora ma proprio non mi sento arrabbiato <<inoltre abbiamo pure un regalo per te, come non bastasse già la torta>> tirano fuori un pacchetto tutto colorato, lo prendo in mano ed è morbido <<che è un asciugamano da bidè?>> <<no è per il viso, tanto fa lo stesso vero? apri dai!>> scarto il pacchetto con un pochino d’ansia attento a strappare la carta, e dentro cosa trovo? una maglietta a chiazze colorate, la stendo davanti a me e su di essa una scritta “non fermarsi mai” <<ma che vuol dire?scusate forse mi sono davvero rincretinito>> allora anche loro si tolgono il giubbetto e li vedo che indossano la mia stessa maglietta <<inizia la terapia d’urto! da oggi si ricomincia a vivere, ti sfondiamo casa se ti chiudi di nuovo la dentro ok?>> <<voi siete matti, io vi odio con tutto il mio cuore lo sapete?>> non riesco proprio a volergli male, in verità li abbracciai e piansi per interminabili minuti tutte quelle lacrime che avevo tenuto dentro nei mesi passati <<scusate se sono sparito, se sono stato uno stronzo, scusatemi è che è troppo dura ripartire>> <<e secondo te perché siamo qui? che si fa la laviamo sta macchina o vuoi aspettare che la schiuma si mangi il colore?>> <<tacci vostri, andiamo a lavarla e mi date pure una mano>> insieme entriamo nell’auto, prendo un paio di fazzoletti e mi asciugo naso e occhi, poi metto in moto la mia torta a quattro ruote e col bengala che finisce di sparare le ultime scintille ci avviamo al primo autolavaggio aperto a quell’ora, non so dire cosa accadde di preciso subito dopo, ricordo solo che più lavavo via la schiuma più essa si portava via il malumore e i pensieri tristi. Vedevo tornare la mia Ypsilon al suo arancio sgargiante e con lei anche io tornavo a splendere, passammo la notte al centro di Roma passeggiando tra il Colosseo e Piazza Navona, i colori e gli odori di quella notte non li scorderò mai, così come non dimenticherò la vastità del cielo nero sopra di noi e le migliaia di lampioni che ci illuminavano la strada. <<Ci sediamo un attimo regà?>> Marco comincia ad accusare i suoi chili di troppo e dopo svariati chilometri a camminare dobbiamo sederci su una panchina, proprio davanti al Circo Massimo. Io fisso di tanto in tanto un cielo privo di stelle, oscurate dalla luce dei lampioni e qualcosa mi passa per la testa <<Mi viene in mente una cosa, oltre quel velo nero cosa ci sarà? alla fine tutti se lo chiedono e nessuno lo sa per davvero, ci sarà Dio? gli alieni? il Nulla? sinceramente me lo sono chiesto tante volte in questi mesi però l’unica cosa di cui sono certo è che lassù è tutto buio e l’unica luce a cui posso aggrapparmi in questa vita è qui sotto, è sempre stata a portata di mano e io ho volutamente fatto finta di non vederla. Non fosse stato per voi stasera sarei finito a vedere Barbarella e probabilmente domattina mia sarei suicidato. In altre parole grazie, grazie di cuore per avermi tirato fuori da quel buco>> <<eh vabbè, mo ci fai piangere pure a noi>> <<si smettila va, lo sai che ho la lacrima facile>> ci alziamo e senza dire una parola ci dirigiamo verso la Lancia parcheggiata poco distante nel silenzio più eloquente della mia vita. Avvicinandomi all’auto tiro fuori le chiavi <<aspettate un attimo, non partiamo subito, voglio prima fare una cosa>> salgo in macchina e mi metto a frugare nel vano oggetti, dopo alcuni secondi esco fuori con lo sguardo vincente e con in mano un grosso pennarello bianco <<indovinate?>> Marco e il Mina si guardano e probabilmente pensano che abbia di nuovo dato di matto ,<< non dirmi che vuoi scarabocchiare tutta la macchina perché poi te la lavi da solo>> <<macché, tienimelo un momento>> gli do il pennarello, poi sollevo il cofano e scopro il motore con la sua scocca in plastica <<Marco mi vedi quanti chilometri fa sul cruscotto?>>

Lo guardo ancora qualche secondo quel numero, “113’846 non fermarsi mai” e sotto di esso le nostre firme ancora leggibili. Chiudo il cofano ed entro in auto, metto le chiavi nella fessura, inserisco il folle e avvio il motore “ cavolo non va, senti come sforza” faccio una seconda prova “e per fortuna che la batteria ancora regge, non me lo sarei mai aspettato, dai bella dai” come per magia avviene il primo scoppio, dò subito un filo di gas e il motore si avvia stabile scoppiettando dalla marmitta. Sul cruscotto il contachilometri segna 203’001, con quell’uno appena visibile, neanche a metà della sua corsa. “Ne ho fatta di strada da quel giorno, e non ho minimamente intenzione di fermarmi” scendo dall’auto lasciandola in moto e risalgo la rampa fino al cancello per aprirlo, poi torno di nuovo giù sfregandomi la mani.“È il momento di fare un giro bella, non credo che resterai ferma ancora a lungo” .ingrano la prima che fatica ad entrare “che grattata, sei proprio vecchia eh? ahah!” abbasso il freno a mano e con un po di gas l’auto inizia a far girare le ruote nel garage, faccio subito un paio di manovre e mi posiziono dritto per salire sulla rampa “non deludermi adesso, usciamo di qui e ripartiamo, fammi sentire se i tuoi pistoni riescono ancora a esplodere come una volta” osservo il cancello così apparentemente irraggiungibile e con decisione dò gas lasciando che le membra della vettura facciano il resto. La gomma indurita delle ruote si aggrappa con tutta la sua forza al cemento per terra, e scala velocemente i pochi metri che ci separano dal cancello, pochi metri per uscire da una prigionia durata anni e con lei portarsi dietro ricordi ed emozioni che avevo rinchiuso nel bagagliaio “ dai piccola dai!” affondo il piede sul pedale e l’auto prende forza per varcare la soglia di quel garage, poggiando finalmente le gomme su una vecchia conoscenza asfaltata “ce l’hai fatta, che bello sentirti ancora rombare, ce l’hai fatta!” mi volto verso sinistra per vedere se arrivano altre auto e con mia grande sorpresa un grosso parafanghi proprio altezza faccia mi spara addosso il clacson, lo vedo infrangersi sullo sportello e rompere il vetro, avvicinarsi sempre di più a me, mentre la lamiera mi schiaccia e sento gli organi e le ossa esplodere sotto il peso dell’urto, su di esso troneggiano due grandi martelli e la scritta Hammer, che destino crudele.

Mi sveglio di soprassalto nel mio letto, in un bagno di sudore e col fiato corto. Il cuore rimbomba nella cassa toracica e lo sento battere in gola fin quasi a strozzarmi. Deglutisco a fatica e apro la bocca in cerca di aria da respirare “ma che cavolo di sogno” tolgo le coperte e ancora stordito mi siedo sul lato del letto prendendomi il capo fra le mani “ma che mi dice la testa? saranno anni che non faccio un incubo così” . devono passare diversi minuti prima che riesca ad alzarmi senza che le immagini di quella strana visione si parino davanti agli occhi,“Fammi sciacquare la faccia che è meglio”. Mentre mi alzo il cagnolino si avvicina pimpante a me, sgattaiolandomi fra le gambe in cerca di qualche carezza, <<Buongiorno Emi, già alzata?>> mi dirigo in bagno e con l’acqua fredda sciacquo più volte il viso, alzo la testa e mi guardo allo specchio insicuro se quello riflesso sia veramente io, ci vogliono alcuni istanti prima che mi rassicuri del tutto e vada in cucina a guardare l’orologio “le 8:25 circa, Marzia dev’essere già arrivata a lavoro” torno in camera e prendo in mano il mio smartphone dove lampeggia la notifica di un sms, “sono arrivata, ricordati di dare da mangiare a Emi :-* “ lo ripongo sul comodino e mentre scaldo un po di latte preparo le crocchette per il cane <<hai proprio fame tu, vieni qui, buona!ecco mangia pure>> apro la finestra della stanza e il sole mi scalda il viso, porta con se un buon profumo di rugiada e di fiori appena sbocciati, invitandomi a restare affacciato ancora per qualche istante “mi devo togliere una curiosità, non ci sto bene altrimenti” spengo il fornello del gas e infilo un maglione, Emi mi guarda curiosa mentre apro la porta di casa, ma subito la sua attenzione torna al lauto pasto “certo che è stato davvero strano, che sogno del cavolo, quasi sembrava vero” accosto la porta e percorro alcuni metri di prato per arrivare davanti al garage, la serranda metallica ostacola i miei dubbi e la sollevo inserendo la chiave nel muro, un cigolio metallico la accompagna mentre si alza da terra, lasciando entrare poco a poco la luce in quell’ambiente ancora buio. “Siamo lenti stamattina…forza!” quando tutta la copertura è sollevata tiro un sospiro di sollievo, lei è ancora li che mi aspetta, di quel suo colore arancio metallizzato un po’ opacizzato, le giro intorno e la controllo per vedere se è tutto a posto, quasi non mi fidassi dei miei occhi sfioro con le dita tutti i piccoli graffi e le ammaccature che hanno segnato la mia Ypsilon e la mia anima. Quando mi fu regalata la prima cosa che feci fu accenderla per portarla sotto casa, mio padre mi sgridò molto perché l’avevo spostata senza avere la patente e non credeva che l’avrei fatto. A me però non importava, sentivo di possedere il mondo in quel momento e credevo che nulla mi avrebbe fermato. Capii di non essere invincibile solo qualche anno dopo, quando Sara decise di lasciarmi per continuare gli studi all’estero. Adesso capisco quanto sia stato importante per lei quel gesto e quanto soffrì per averlo fatto, alla volte ci sentiamo per mail e lei mi racconta dei suoi splendidi bambini e del suo lavoro in ambasciata, non ci amiamo più ma nel nostro cuore c’è sempre un piccolo vuoto che mai colmeremo. Mi avvicino allo sportello e infilo la testa e il braccio nel finestrino abbassato, fisso per alcuni secondi il contachilometri poi tiro la leva che apre il cofano anteriore con un sonoro “clunch”, su di esso la scritta “non fermarsi mai” e la firma solo mia e del Mina. Marco ce lo siamo persi percorrendo tutti quei chilometri, forse non riuscì a starci dietro o semplicemente scelse una strada diversa; non lo sento da molti anni ma in cuor mio sono sicuro che ha trovato la sua strada insieme ad Erika.In lontananza sento Emi abbaiare e mi decido ad abbassare il cofano rassicurato che quel sogno sia rimasto tale, mi allontano qualche passo dalla mia fidata compagna di vita e mi accovaccio, come per guardarla dritta in quegli occhi un po ingialliti “quanto tempo abbiamo? quanto ce ne rimane? mi pongo questa domanda da sempre e so già che non riceverò mai una risposta, ma ho scelto di vivere la mia vita appieno e non rimpiango nulla di ciò che ho fatto né di ciò che farò. Mi porto una mano al cuore e lo sento scandire fiero il suo compito “quanti battiti, quanti chilometri, resisterai insieme a me per sempre? avrai il coraggio di iniettare nei pistoni la mia stessa voglia di mangiare la vita?” poso l’altra mano sul cofano della Lancia “non abbandonarmi mai perché in te ripongo i più bei ricordi della mia giovinezza”. Mi alzo e prendo in mano le chiavi della serranda, esco guardandola ancora senza mai darle le spalle, tengo lo sguardo fisso su di lei finché la serranda non ci nega la vista “è come se tutto fosse successo davvero, sembrava così reale, siamo macchine perfette che creano macchine perfette eppure ci affezioniamo a degli effimeri ricordi. Un cuore o un motore non sono poi distanti se tutto sta nel riempirli con la giusta miscela” Emi mi corre intorno distogliendomi dai miei pensieri, e mentre mi allontano ho in testa una immagine ben distinta: il contachilometri della mia Ypsilon segna 203’001, con quell’uno appena visibile, ma che stavolta ha quasi completato la sua corsa.

Fine?

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